04/06/2009
Montagna di Bagno, Maggio 2009
Spostamenti di rocce che avvengono in ere geologiche e mobilitano enormi energie qui hanno richiesto solo qualche secondo. Dicono bene i Lakota, che chiamano i sassi mobili, i massi erratici, le pietre che scivolano a valle e cambiano le montagne wakaninyan, pietre viventi, sacre propaggini dell’infinità dell’Essere.
Tra le pareti strapiombanti, che l’occhio stenta a ricollocare nella memoria, tanto sono mutate, immota resta la chiesetta inerme, terribile nella sua fragilità. La porta socchiusa invita a rinnovare equilibri, perduti nella precarietà propria del vivere umano. Una croce di ferro è scesa un poco più a valle, aggrappata ad un masso che ha perso radici. La piccola epigrafe canta e più che un canto ora sembra profezia: quante orme sul sentiero sassoso / quanto sudore nell’ascendere il monte / quante preghiere / tra le ferite della pietra.
Poco più in alto, una giovane vipera ignora il polpaccio del viandante, forse serba il veleno per i veri nemici, oppure semplicemente si sente amata, accolta, parte di una trama in cui la compassione è filo che lega. Si guardano, i due esseri in apparenza così diversi, si riconoscono. Cavalli liberi, i manti di tutte le tinte del marrone e del grigio, dorate o argentee le criniere, corrono e cantano, liberano energia. Mitakuye Oyasin, siamo parenti.
La città silente, distesa come allora nella valle, mantiene il suo assetto di aquila in volo.
Dove vivrai domani? Dove tuo figlio?
La mente vaga, il battito conosce la risposta: QUESTA E’ LA TERRA ME’.