05/08/2009
Aquilana d(r)oc(k)
Non so nulla di Simona Molinari, se non quello che narrano le solite leggende di provincia: che sarebbe parente dell’Arcivescovo dell’Aquila (facile invenzione, il cognome coincide), che non ha vinto Sanremo a causa di un oscuro complotto (facile anche questa), che sia legata ad un uomo ricco e famoso (uffa, qui si scade nel banale assortito). Qualcuno dice che vive su un barcone sul Tevere, altri affermano che in realtà è nata in una riserva indiana, altri ancora che segue il credo buddista e presto si ritirerà in un monastero del Tibet, ammesso che ne esistano ancora… Va bene, lo ammetto, queste l’ho inventate io, se non si fosse capito. Davvero, non so neppure se meriti il bonus per l’aquilanità proposto da illuminati politicanti locali, se la sua casa sia stata classificata agibile, se abbia una casa in città, più o meno vicina alla “faglia” (ma a quale delle infinite faglie?).
So che la sua musica non è il rock, anche se il puerile gioco di parole suggerito nel titolo ci stava proprio bene, e so che sa fare qualcosa per davvero e che lo sta facendo: canta e la sua voce, anche quando l’emozione la rende incerta, apre possibilità per chi la ascolta. Canta ed il suo canto ci ricompensa in parte del silenzio del borgo antico. Vorrei che tutti fossimo “aquilani” come lei (pure se risiedesse a New Orleans) e facessimo, ora, quello che sappiamo fare, al meglio di come sappiamo farlo, fosse pure un mestiere umile e lontano dai riflettori, fosse pure semplicemente offrire una presenza, una parola, un grido, un’immagine o un sogno. In fondo, dalle arti e dai mestieri, dai canti e dai sogni nascono i progetti, gli oggetti, le città.